CalcioItaliaPrimo Piano

Razzismo nel calcio, minimizzare non è la cura. Italia non può o non vuole intervenire?

I casi di razzismo nel calcio aumentano di settimana in settimana, Lega Serie A e FIGC non agiscono

Romelu Lukaku, Kalidou Koulibaly, Moise Kean, Frank Kessié, Mario Balotelli. Quanto ancora deve allungarsi la lista delle vittime di razzismo nel calcio italiano prima che si intervenga seriamente? Una domanda ripetitiva e ancora senza risposta. I casi sono ormai tanti e gravi, benché si tenti sempre di minimizzare. Ancor più preoccupante è la volontaria impotenza di Lega Serie A e FIGC, perché ci rifiutiamo di credere che sia impossibile trovare una soluzione. Oppure pensiamo davvero che la chiusura sporadica di una Curva, qualunque essa sia, una multa o un richiamo di quattro minuti durante una partita possano bastare? Non bastano, non basteranno mai. E la moltiplicazione dei vari ululati razzisti lo conferma.

Un altro grande problema, che va a braccetto con gli atteggiamenti razzisti, è l’ormai radicato costume di minimizzare sempre e comunque. “Sono solo tre/quattro/dieci ignoranti”, “c’era chi applaudiva”, “non erano ululati”, “si tratta di folklore”. Quando impareremo a definire le cose per quelle che sono? Perché innanzitutto bisogna ammettere che il razzismo è una vera emergenza. Il calcio è solo un contenitore più evidente, ma il malcostume esiste anche in altri ambiti della società. Colpa di una deriva politica e socio-culturale che va fermata al più presto.

Tornando al calcio, l’unica proposta finora convincente è quella di Gianni Infantino, presidente della FIFA. Un Daspo Mondiale che tenga lontano da qualsiasi stadio del mondo chiunque si macchi di atteggiamenti razzisti. Prima, però, bisogna pensare a un metodo per risalire all’identità dei colpevoli. Come succede in Inghilterra, per esempio. L’Italia riuscirà mai a farlo? O meglio, vorrà mai farlo? Ci auguriamo di sì, siamo stanchi di assistere a questa vergogna.

Tags

Articoli correlati