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Tienanmen 30 anni dopo, la Cina censura ancora il ricordo del massacro

Per la Cina ancora oggi quella non fu "repressione" ma semplici "tumulti" o "disordini politici"

Oggi ricorre il 30/mo anniversario della brutale soppressione delle proteste pacifiche di piazza Tienanmen. Sono impresse nella mente di tutti le immagini dello studente solo e disarmato di fronte ai carri armati, il Rivoltoso sconosciuto. Nella notte tra il 3 e il 4 giugno 1989 l’Esercito di Liberazione Popolare cinese uccise diverse centinaia di persone in Piazza Tienanmen, mettendo fine alle proteste degli studenti che reclamavano la democrazia.
Il bilancio “ufficiale” della soppressione riporta 319 vittime, ma secondo la Croce Rossa, le organizzazioni internazionali, i media stranieri e i testimoni furono molte di più: forse 3 mila o 10 mila.

30 anni dopo il massacro di Tienanmen, a Hong Kong si è tenuta una veglia per ricordare le vittime. Il ministero della Difesa cinese, però, in riferimento al massacro di piazza Tienanmen, parla “disordini politici” e non “repressione”. “Si trattò di una turbolenza politica, il governo centrale prese le misure decisive e i militari presero le misure per fermarla e calmare il tumulto”, precisa il ministro della Difesa, il generale Wei Fenghe.

Il segretario degli Usa, Mike Pompeo, ha ricordato che gli Stati Uniti “onorano l’eroico movimento di protesta del popolo cinese” invitando il governo di Pechino “a rendere completamente e pubblicamente conto di quelli uccisi o scomparsi per dare conforto alle molte vittime di questo oscuro capitolo della storia”. Dopo 30 anni, ha aggiunto il segretario di Stato, le speranze di una società più aperta e tollerante in Cina “sono svanite”.
La nota cinese definisce i commenti di Pompeo “un affronto al popolo cinese e una grave violazione del diritto internazionale e delle norme di base che regolano le relazioni internazionali”, esprimendo “forte insoddisfazione e ferma opposizione”.

La presidente di Taiwan mette in contrasto il “modello democraticamente eletto” di Taipei e “il sistema autoritario comunista” della Cina. Su Facebook, Tsai accusa Pechino non solo di non voler riflettere “sull’errore di quell’anno”, ma anche di continuare a coprire la verità dei fatti. “State assolutamente tranquilli, Taiwan aderirà certamente alla democrazia e alla libertà, a prescindere dalle minacce di infiltrazioni”.

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