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Mummia di faraone ‘scartata’ digitalmente dopo 3.500 anni

ROMA, 28 DIC – La mummia del faraone Amenhotep I, antica di 3.500 anni, scoperta nel 1881 ma mai ‘scartata’ dagli archeologi, è stata svelata digitalmente da alcuni scienziati egiziani, rivelando dettagli inediti sulla vita e la morte del re egiziano. Lo riporta la Cnn. Decorata con ghirlande di fiori e un’affascinante maschera facciale in legno, la mummia era così fragile che gli archeologi non avevano mai osato esporne i resti, rendendola l’unica mummia reale egiziana trovata nel XIX secolo e non ancora aperta dagli studiosi. “Scaricando digitalmente la mummia e ‘staccando’ i suoi strati virtuali – la maschera facciale, le bende e la mummia stessa – potremmo studiare questo faraone ben conservato con dettagli senza precedenti”, ha affermato Sahar Saleem, professore di radiologia presso la Facoltà di Medicina dell’Università del Cairo e radiologo dell’Egyptian Mummy Project, in una nota. Saleem e i suoi colleghi hanno scoperto che Amenhotep I aveva circa 35 anni ed era alto 169 centimetri quando morì. Era anche circonciso e aveva denti sani. All’interno degli involucri sono stati trovati circa 30 amuleti e una cintura d’oro. Il faraone aveva un mento stretto, un naso piccolo e stretto, capelli ricci e denti superiori leggermente sporgenti, ha detto Saleem. L’indagine non ha svelato alcuna ferita o altri segni che possano svelare la causa della sua morte. Amenhotep I governò l’Egitto per circa 21 anni, tra il 1525 e il 1504 avanti Cristo. Fu il secondo re della XVIII dinastia e guidò un periodo di regno in gran parte pacifico, durante il quale costruì molti templi. Il cranio del faraone, compresi i denti, erano in ottime condizioni. I ricercatori hanno scoperto che la mummia aveva invece sofferto di lesioni multiple post mortem, probabilmente inflitte da antichi ladri di tombe, lesioni che, secondo i testi geroglifici, sacerdoti e imbalsamatori hanno cercato di riparare più di quattro secoli dopo che era stato mummificato e sepolto per la prima volta. La ricerca è stata pubblicata oggi sulla rivista Frontiers in Medicine. (ANSA).
(ANSA)

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