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Le colline del prosecco entrano nel Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Intervista al noto produttore Ivo Nardi

Perlage è l’unica azienda a produrre Prosecco biologico DOCG all'interno del Consorzio di Tutela del Prosecco di Conegliano Valdobbiadene

Un grande traguardo. È quello raggiunto dalle “colline del prosecco”, che da pochi giorni sono entrate a pieno titolo all’interno del Patrimonio Mondiale dell’Umanità. Festeggia il Veneto, esulta l’Italia intera. L’ufficializzazione è arrivata il 7 luglio scorso direttamente dal World Heritage Commettee (21 le rappresentanze di Stati che ne fanno parte e che hanno il compito di valutare le candidature), riunitosi in Azerbaijan. Con le colline del prosecco, salgono così a 55 i siti italiani facenti parte di tale Patrimonio. Siamo andati a trovare proprio uno dei produttori storici di queste colline, Ivo Nardi, titolare della Perlage. La storia di Perlage ha inizio nel 1985, quando i sette fratelli Nardi, il padre Tiziano e la madre Afra, hanno deciso di iniziare l’avventura dell’agricoltura e la viticoltura biologica, partendo dalla Riva Moretta, lo storico vigneto nel cuore del Prosecco Superiore DOCG. Una scelta che ha portato Perlage ad essere, oggi, uno dei più rinomati produttori di vino biologico in Veneto, nonché l’unica azienda a produrre Prosecco biologico DOCG presente all’interno del Consorzio di Tutela del Prosecco di Conegliano Valdobbiadene. «L’attenzione di Perlage alla sostenibilità in viticoltura– spiega Ivo Nardi- coinvolge l’intero processo produttivo, fin dalla scelta del terreno più adatto a quella del singolo vitigno. La storia della nostra azienda, d’altra parte, è quanto mai legata al territorio. Nostro padre era un coltivatore diretto: produceva sia latte che vino. Alla fine degli anni Settanta, quando si è iniziato a riflettere sul passaggio generazionale, noi, sette fratelli, invece di dividere tutto, abbiamo costituito la Perlage: l’azienda è stata istituita legalmente nel 1985. Abbiamo dunque abbandonato la produzione del latte per sviluppare quella del vino».

Quando nasce l’attrazione per il biologico?
«Subito, sin dai primi anni. Da un’osservazione fatta su quelli che sono i fattori determinanti per la produzione del vino (ossia acqua, aria e suolo) abbiamo preso coscienza di quanto questi fossero fattori a disponibilità limitata: dovevamo pertanto preoccuparci di conservarli bene. Da lì abbiamo iniziato a pensare come fare una produzione alternativa che fosse basata sul biologico».

Com’è stata questa esperienza?
«Si è trattato di un’esperienza difficile, perché non c’erano precedenti a riguardo. Semmai, c’era un certo numero di aziende che procedevano per tentativi, più o meno funzionanti. La cosa che ci rende orgogliosi è che questa sperimentazione, fatta da noi e dalle aziende che ci hanno creduto, è diventata poi materia di normativa del primo regolamento biologico uscito nel 1991-93 a livello europeo. Anche l’Europa ha colto l’importanza di questo nuovo orientamento verso il biologico».

Come si è sviluppato il tutto?
«Nei primi anni è stato un po’ un tornare indietro, ma poi c’è stata una grande evoluzione: siamo passati, per esempio, da 20 kg di rame usato nel passato ai 4 kg di oggi. Anche l’uso dei concimi organici ha rappresentato un aspetto interessante: conservando la fertilità del suolo, infatti, si conserva un sempre maggior benessere della vite e una sempre più alta qualità finale dell’uva. Bisogna partire dal terreno. Migliore è il terreno (soffice, poroso, capace di trattenere acqua), migliore è l’uva che si ottiene. In questo modo si ha infatti uva di alta qualità. Così siamo andati avanti. Nel 2012 abbiamo scritto il regolamento comunitario sul biologico, che prima non esisteva. Sono state poste regole anche all’interno della cantina. Tutto ciò ha reso più coerente anche la presentazione al consumatore. Prima si parlava di uva biologica, adesso si parla di vino biologico».

Quanto conta per voi il legame col territorio?
«Tantissimo. La forza della nostra azienda è che siamo dentro al territorio del Conegliano-Valdobbiadene Prosecco Superiore DOCG, ossia il territorio che è diventato il motore dell’ampliamento del Prosecco DOC. Ci troviamo quindi in una zona particolarmente vocata e forte sia in termini di professionalità che di qualità territoriale del prodotto. Questo dà ancora più forza ai prodotti che si realizzano qui, perché tali prodotti sono di alta qualità e, se arricchiti di questi “valori immateriali” (biologico, biodinamico, etc), acquisiscono una maggior attenzione all’acquisto anche da parte dei consumatori. In questa modalità rafforziamo ancora di più la visibilità del nostro territorio e dei nostri prodotti. Il nostro territorio spesso facilita pertanto queste operazioni, perché è un territorio decisamente “vocato”: i vigneti sono sempre stati qui, l’uva non arriva da altre parti».

Rispetto al passato, sono cambiate anche le tempistiche di raccolta?
«Certo. Oggi è diventato molto più complesso gestire l’epoca di vendemmia. Quando eravamo bambini, bisognava aspettare fino all’ultimo raggio di sole per portare a casa un prodotto il più zuccherino possibile. Un tempo si doveva lasciare il grappolo sulla vite fino a ottobre, altrimenti non si arrivava alla gradazione zuccherina voluta. Adesso bisogna tenere sotto controllo le curve dell’acidità, degli zuccheri, e a un certo punto si interviene: altrimenti si va in eccesso di maturazione. L’attività è diventata molto più scientifica. In questo modo, grazie a questi parametri così definiti, regoliamo perfettamente il momento della raccolta».

Come vede il futuro del mondo del vino, e del prosecco in particolare?
«Il mondo del prosecco nel suo insieme sta andando bene, ha portato ricchezza a tutto il territorio coinvolto. È stata una crescita anche in termini di massa critica che ha permesso alle nostre zone di acquisire una visibilità a livello globale. I consorzi adesso stanno cercando di governare il potenziale produttivo perché si possa conservare una stabilità di prezzi, e questo è molto importante. I consorzi stanno portando avanti con sempre maggior insistenza i temi della sostenibilità ambientale, tanto che il consorzio Conegliano-Valdobbiadene DOCG, insieme ai 15 comuni e associazioni di categoria, ha già sottoscritto l’avvio di un comitato promotore per la definizione di un Biodistretto. Questo non vuol dire che tutto il territorio debba diventare biologico. Si tratta semplicemente di un orientamento verso il quale l’intero sistema produttivo si deve dirigere con l’obiettivo di far crescere il comparto del biologico. Il comitato è già stato sottoscritto, ma dobbiamo raggiungere la soglia del 4% della superficie coltivata in modo biologico per poterlo costituire in maniera definitiva. Determinante, in questo contesto, è il lavoro dei giovani agricoltori: ragazzi che, grazie ai loro studi, sono già molto ben orientati al biologico. Stiamo assistendo a un cambiamento davvero rilevante. Il mercato fa sempre maggior richiesta di questi “valori immateriali”, e in nostri giovani ben lo sanno. Se i prezzi non sono esorbitanti, il consumatore finale sceglie il biologico. È questo il vero, radicale cambiamento».

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