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Alternative alla plastica? Greenpeace mette in guardia dalle false promesse

Ecco quali sono le alternative alla plastica proposte dalle maggiori aziende

Cresce la sensibilità ambientale del pubblico e le aziende cercano di correre ai ripari, proponendo una vasta gamma di alternative alla plastica: sulle etichette dei prodotti di largo consumo appaiono così frasi come “Packaging sostenibile in carta”, “Plastica biodegradabile”, “100% riciclabile”, osserva Greenpeace, e chiede se queste soluzioni possano davvero essere efficaci per far fronte alla gravissima emergenza dell’inquinamento da plastica.

Le grandi multinazionali, finora, propongono alternative alla plastica come la carta, percepita come un materiale con un impatto ambientale minore, la cosiddetta plastica biodegradabile e quella riciclabile. Elvira Jiménez, Global Project Lead della campagna plastica, ha analizzato queste proposte sul sito di Greenpeace.

  • La carta è tutt’altro che eco-friendly, e può avere «un impatto gravissimo»: deriva infatti dal legno e la sua produzione ha effetti molto seri sulle foreste, «ecosistemi con un’elevata biodiversità, di fondamentale importanza nella lotta al cambiamento climatico».
  • La plastica biodegradabile, o bioplastica, è plastica di origine rinnovabile che può essere biodegradabile, ma «solo in ambienti con particolari condizioni di temperatura e umidità», e/o compostabili, «solo in specifici impianti industriali» che molto spesso non vengono utilizzati. Quindi di fatto la plastica finisce per essere comunque «smaltita in discarica, bruciata o dispersa nell’ambiente».
  • Anche nel caso della plastica riciclabile al 100%, sempre più frequente tra gli scaffali dei supermercati, le probabilità che il materiale venga bruciato, disperso nell’ambiente o buttato in discarica sono elevate. «Il fatto che un prodotto sia riciclabile – ci fa notare Jiménez – non significa che sarà riciclato. Più del 90% della plastica prodotta non è mai stata riciclata». «Inoltre – aggiunge – la plastica non può essere riciclata all’infinito, questo a causa del fenomeno di downcycling: invece di essere utilizzata per nuovi imballaggi, viene riprocessata per prodotti di qualità inferiore non riciclabili».

Con queste strategie, denuncia Greenpeace, le aziende «continuano a non risolvere il problema e si ostinano a non voler abbandonare un modello di business basato sull’usa e getta che fa guadagnare molto e costa poco (ma tanto al Pianeta)»

«È necessario che le multinazionali si prendano un impegno con i consumatori – conclude Jiménez -, che dichiarino obiettivi di riduzione chiari e piani concreti per raggiungerli, smettendo di sprecare le risorse limitate del nostro Pianeta».

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